Interviste
Marc Urselli: dall'altra Parte della Vetrata

C’è un momento in sala di registrazione, in cui la musica prende forma definitiva, e le note vengono catturate, modellate e restituite al pubblico. Questo è il momento in cui entra in gioco la figura del sound engineer, un vero artigiano del materiale musicale, che leviga il suono fino a renderlo tagliato su misura dell’artista.
Si tratta di uno dei mestieri in assoluto più centrali nella fase di produzione, perché se un brano ci sembra vivo, tridimensionale, se una voce ci colpisce con tutta la sua forza emotiva, è anche merito di chi ha saputo interpretare le esigenze dell’artista e costruire un paesaggio sonoro coerente.
Per comprendere meglio questa professione abbiamo incontrato Marc Urselli, Italo-Svizzero di origine e newyorkese d’adozione, oggi chief engineer dello storico EastSide Sound (lo studio di registrazione più antico di New York) e fondatore del nuovo spazio Audio Confidential. Una carriera che lo ha portato a lavorare con giganti come Lou Reed, U2, Nick Cave, Esperanza Spalding, fino ad alcuni dei progetti sperimentali più radicali della scena contemporanea.
Un sound engineer non è semplicemente qualcuno che accende dei microfoni o gira delle manopole, è una figura di mediazione tra tecnica e creatività a cui è richiesta una conoscenza approfondita di strumenti, software, acustica, ma anche la sensibilità per interpretare la visione di un artista e tradurla in suono. In termini più pratici, significa saper scegliere se una voce funziona meglio con un microfono a nastro del 1950 o con un moderno condensatore, se un basso ha bisogno di calore analogico o di una definizione digitale più netta. È un lavoro che richiede precisione millimetrica e ascolto empatico, perché ogni artista porta con sé un immaginario sonoro unico, e chi sta dall’altra parte del mixer deve riuscire a restituirlo senza tradirlo.
Senz’altro è una professione che ha risentito profondamente dell’impatto con le tecnologie digitali. Da un lato, software di registrazione e plug-in hanno reso accessibili a chiunque strumenti prima riservati a studi professionali, ma dall’altro, hanno introdotto una standardizzazione che rischia di impoverire e appiattire l’esperienza creativa. “Il digitale ha cambiato tutto. Per certi versi in meglio, per altri in peggio. Live per esempio è bello portarsi in giro un mixer digitale che ha tutti gli effetti, senza dover avere decine di rack analogici per fare la stessa cosa. Anche in studio è cosi, ma in studio l'evoluzione ha creato anche tanta pigrizia”.
La digitalizzazione, insomma, ha reso più veloce e pratica la produzione musicale, ma ha anche cambiato la cultura stessa del mestiere, secondo Urselli: “Molti si affidano troppo alla tecnologia perché non hanno la voglia e la determinazione di investire il tempo che una volta i musicisti investivano nella propria arte”. Il futuro, dunque, potrebbe vedere il sound engineer trasformarsi in una figura sempre più di nicchia: “Saremo come i pochi calzolai di Firenze ancora rimasti, che fanno le scarpe di pelle a mano per pochi: la nostra clientela saranno le persone che apprezzano la qualità e coloro che se la possono permettere”.
Se la tecnica è fondamentale, la relazione con l’artista, però, lo è altrettanto. Uno studio di registrazione è prima di tutto un luogo di fiducia. “Lo studio è un santuario di privacy dove gli artisti si spogliano delle proprie inibizioni e si aprono davanti ad un microfono in tutta la loro fragilità ed espressione umana. Diventano spesso un'altra persona e vedi un lato di loro che è quello vero, quello umano. La magia sta proprio in quello che accade fra le mura di uno studio di registrazione dove si crea l'arte più pura e spirituale”.
Probabilmente è proprio la capacità di trattare con le diverse anime dei musicisti, il saper creare un legame stabile e duraturo sia con la loro parte umana sia con la componente creativa, ad essere l’ingrediente segreto per un valido audio engineer. Saper entrare in punta di piedi in un mondo tanto intimo come quello dell’arte è un vero e proprio talento che non si insegna e del quale non si può fare a meno in questo ambito.
Abbiamo accennato più volte al fatto che nella filiera musicale il lavoro di Marc Urselli è quello dell’artigiano del suono, ma in fin dei conti questa è una definizione che rischia di suonare riduttiva. Questo è un mestiere che a sua volta contiene molti altri mestieri: mediatore, tecnico, musicista, diplomatico… insomma uno dei protagonisti dietro le quinte. Ma il bello è anche questo: consegnare al pubblico un prodotto finito sbirciando da dietro il sipario consapevoli di aver dato quel tocco finale, quel fiore all’occhiello, quell’ultima spolverata alla giacca prima di andare in scena, che rende tutto indimenticabile.
3 tips:
- Valorizza il rapporto umano con il fonico/producer Lo studio di registrazione è prima di tutto un luogo di fiducia. Aprirsi senza inibizioni e instaurare un legame sincero con chi lavora al tuo suono è fondamentale per tirare fuori la parte più autentica della tua arte.
- Non affidarti solo alla tecnologia I software e i plug-in sono strumenti potenti, ma non devono sostituire l’impegno, la ricerca e lo studio. L’originalità nasce dal tempo che dedichi alla tua musica, non solo da effetti preconfezionati.
- Cura i dettagli come un artigiano Ogni scelta tecnica – dal microfono al tipo di suono – deve rispecchiare la tua identità. La precisione e l’ascolto empatico sono ciò che trasformano un brano in un’esperienza unica e memorabile.



