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Interviste di Redazione | 13-01-2026

Ermal Meta: Musica da Scrivere

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Ermal Meta: Musica da Scrivere

Partiamo dall’attualità e dal nuovo romanzo Le Camelie Notturne. Intanto ti chiederei un commento su questa “deviazione sonora” che ti ha portato già al secondo romanzo. Immagino che, per chi scrive musica da circa 20 anni, sia inevitabile portare un po’ di quell’esperienza compositiva musicale anche nelle pagine… Tu come senti questo rapporto?

Io penso che ci sia tanta musica nei libri, perché i libri sono pieni di colonne sonore silenziose. E anche un po’ della musica che uno, come me, può ascoltare mentre sta scrivendo. Naturalmente è un processo completamente diverso rispetto a quello della scrittura delle canzoni. Mentre le canzoni hanno un processo più verticalizzato - tu parti da un’idea e poi la sviluppi in un modo verticale - la scrittura di un romanzo ha a che fare con l’orizzontalità della creatività, perché hai un campo molto più largo davanti a te. Scrivere un romanzo è come comporre una canzone lunghissima, una suite immensa. E quindi ogni romanzo ha al proprio interno la parte più sintetizzata, la parte più analogica, la parte più organica.

Se avesse una colonna sonora questo romanzo, come ce la dovremmo immaginare?

Questo romanzo avrebbe una colonna sonora non unica. Ci sono delle parti che dentro di sé portano un folclore puro, fatto di suoni anche ancestrali, in questo caso facenti parte della tradizione musicale albanese. Un clarinetto di tanto in tanto solitario che compare e poi scompare, fino ad arrivare anche a momenti di musica techno, che tra l’altro trova spazio all’interno del romanzo, perché ho citato un pezzo dei Prodigy. Mi sento comunque di dire che la musica è sempre presente all’interno di quello che scrivo, anche quando non scrivo propriamente di musica. Il primo romanzo in effetti raccontava la storia di un pianista, quindi era pieno di riferimenti. Rimango sempre un musicista che scrive un romanzo, ecco.

Parallelamente alla promozione del libro, va avanti il tuo Tour Live 2025, raccontaci un po’ com’è la tua postazione sul palco…

Nella mia postazione trovano spazio una Expressivo E Osmose e un Mellotron. Poi utilizzo due looper, uno per la voce, uno per la chitarra, e poi diversi pedali e vari riverberi. Se andiamo sulle sei corde, porto con me un paio di chitarre acustiche e una chitarra elettrica, naturalmente collegata a un amplificatore. Preferisco infatti di gran lunga il suono valvolare, per qualsiasi tipo di utilizzo, proprio perché mi piace richiamare quell’errore che introduce la valvola, quello che i più chiamano tridimensionalità. Un musicista sa molto bene che nel dominio analogico uno più uno non fa due, al contrario di quanto avviene in quello digitale dove c’è un calcolo algoritmico che è preciso. Nel campo dell’analogico uno più uno dipende dalla corrente, ti può dare qualsiasi tipo di risultato, e questo è un aspetto che mi piace molto. Poi con me sul palco c’è un trio  d’archi e un pianoforte dall’altra parte.

E che tipo di spettacolo stai portando in giro in posti tra l’altro molto evocativi bellissimi come il Teatro antico di Butrinto o quello romano di Verona?

I brani sono stati tutti riarrangiati per un tipo di spettacolo in cui trova spazio anche una sorta di narrazione. Si parla, senza esagerare perché è pur sempre un concerto, ma si parla. Questo anche grazie alla collaborazione con Davide Antonio Pio che, oltre a essere un pianista eccezionale, è un personaggio fantastico, un folletto musicale e un grande narratore, quindi parliamo e conversiamo molto davanti al pubblico. In questo tour, poi,  ci sono tante corde e tanto legno sul palco.

Ok, trasferendoci invece al chiuso, ci dici di più dele dinamiche che si sono instaurate con chi collabora con te alla produzione e cosa possiamo trovare nel tuo studio? Mi piacerebbe ci parlassi della pre-produzione e dei rapporti che hai con i Sound Engineer e col tuo produttore Diego Calvetti.

Bisogna partire dicendo che, in verità, sono io il mio produttore, mentre Diego Calvetti è il mio manager. A oggi ho sempre prodotto da solo i miei dischi, finora cinque. E ho affidato la produzione a me stesso non per un vezzo. Cristiano Milani è poi il grande professionista che ha mixato i miei lavori, ed è bravissimo. Con lui mi trovo da Dio e infatti ha lavorato con me a tutti i miei dischi. L’approccio è quello intanto di scrivere la canzone, partendo sempre da uno strumento, che sia una chitarra, che sia un pianoforte, a volte parto anche da dei groove. In quest’ultimo caso, mi affido quasi subito ai sintetizzatori, quindi magari arpeggiatori, piuttosto che parti di basso sintetizzate. Su questo mi torna molto utile l’utilizzo del Prophet, l’utilizzo del Moog Model D. Poi passo al Juno per creare una serie di layer di suono e aiutare così la parte espressiva di quello che ho scritto. Uso tante cose analogiche a livello di effettistica: il PCM80 è sempre presente all’interno dei suoni che utilizzo, i riverberi tendo a prenderli dall’Eventide, puntando o sull’Eclipse o anche sulla 2016, che è di recente produzione, ma ha dei riverberi molto belli. Ho davvero una marea di microfoni.  Per i pianoforti prediligo sempre quelli a nastro, che mi smussano un attimino le frequenze alte, anche se poi alla fine i microfoni a nastro di oggi sono abbastanza high fields se vogliamo. Però quella rotondità del suono è qualcosa che mi interessa sempre molto. 

E se parliamo di 4 e 6 corde?

I bassi sono sempre fatti su due linee, una è la DI e l’altra è un amplificatore all’interno del quale magari già elaboro un po’ il suono con fuzz, distorsioni, chorus, insomma quello di cui necessita la canzone. Per quanto riguarda le chitarre invece ho la fortuna di avere una Plexi del ’78 che mi dà grandissime soddisfazioni. Saranno 5-6 anni che l’ho trovata, testata e cassa 4x12 con i coni Celestion Rola. Devo dire che ha un suono pulito che dire pazzesco è un eufemismo. Per le chitarre quasi sempre vado su Fender, ho due Strato molto belle e una Tele non da meno. Ultimamente mi sono aperto anche un po’ al mondo PRS, però il suo suono ha un po’ quel carattere ibrido. Poi, se ci spostiamo nel mondo Gibson, la 335 trova quasi sempre spazio. Per quanto riguarda le chitarre acustiche ho una Larrivée che ho scovato e pagato molto poco in un banco dei pegni a Montreal in Canada, una chitarra davvero incredibile e poi una Gibson J45 e una Martin D28, che la fanno quasi sempre da padrona.

Il resto della catena del suono come la costruisci?

Ho un sacco di synth a seconda di quello che mi serve, poi compressori, pre-amplificatori. Quelli che utilizzo maggiormente sono gli Shelford Channel di Rupert Neve, che hanno un carattere abbastanza interessante per quel che mi riguarda. Poi naturalmente la catena del suono è un affare complesso perché non è soltanto la catena in sé a fare la differenza ma anche la posizione degli elementi. Per questo tendenzialmente nel mio booth tengo tutti gli amplificatori collegati e pronti, con tutti i microfoni davanti. Per riprendere il cabinet del basso, ad esempio, quasi sempre uso un Neumann U87 che tengo inclinato per non fargli arrivare la botta. Devo dire che quello è un accorgimento che mi piace molto, perché fa sentire tanto la mano del bassista ma altrettanto il suono dello strumento. E poi il pianoforte verticale quasi sempre lo riprendo con due SM57, un evergreen. Anche se poi il Beyerdynamic, l’M88TG, a volte lo surclassa soprattutto sui cabinet, sul pianoforte prediligo sempre quel suono stretto che punta tanto in alcune frequenze. 

Nel tuo personale romanzo di formazione, c’è tutto un periodo in gruppo, prima con gli Ameba 4 e poi soprattutto con La Fame di Camilla. Cosa ti è rimasto di quel periodo come approccio, senti ancora una forte impronta da band nella tua anima di musicista?

Guarda, hai detto bene, una forte impronta da band. Ogni volta, anche quando sono solo in studio - e per la maggior parte del tempo lo sono - è come se fossi lì con una band. Non ho mai davvero abbandonato quel modo di vivere e fare musica. E forse il bagaglio più grande che mi porto dietro da quelle esperienze è la voglia di meravigliarmi sempre, di non accontentarmi. Sono sempre impegnato in una ricerca costante sui dettagli, sul come cesellarli all’interno di una canzone. E questo è squisitamente pop. Sai, spesso siamo abituati a pensare che soltanto le cose non pop abbiano una cesellatura di un certo tipo, in realtà non è così. Anche i pezzi pop possono essere limati in un certo modo. Io cerco sempre di mantenere vivo quel fuoco lì. 

A livello di musica per immagini ricordo solo qualche episodio nella tua carriera, come il lavoro su Braccialetti Rossi di qualche anno fa, mentre, anche prima di arrivare al successo personale, ti sei fatto conoscere e molto apprezzare come autore di musica per altri…

Sì, di musica e testi fondamentalmente. Anche se, nel caso di Braccialetti rossi, ho scritto solo la musica perché il testo era di Nicola Agliardi. In effetti io non ho lavorato tanto, anzi pochissimo con il cinema. Proprio perché mi sono dedicato molto al lavoro di autore, allo scrivere soprattutto canzoni per gli altri. Poi subito dopo ho iniziato a scrivere tanto per me stesso - in realtà non avevo mai smesso di farlo - però ho cominciato a pubblicare cose e quindi mi sono concentrato tanto su quel tipo di attività e ancora adesso è così. Però è sicuramente un mondo che mi piacerebbe affrontare a modo mio. Nel senso che preferirei partire dalla lettura di una sceneggiatura, senza avere le immagini pronte, quindi scrivendo per le immagini che vengono innanzitutto in mente a me. Senza farmi influenzare troppo dagli altri, perché è bello e interessante che due forme d’arte si incontrino integralmente, con la visione di un musicista da una parte e quella di un regista dall’altra.

E a livello di ispirazione, sei uno che si lascia “muovere” anche dalla visione di determinati film o dall’ascolto di colonne sonore?

Assolutamente. Ogni due per tre devo ascoltare Morricone perché altrimenti mi sento mancare qualcosa. Ci sono delle colonne sonore straordinarie, c’è poco da aggiungere. Penso a incredibili soundtrack come quella di Lezioni di pianoBlade RunnerLa leggenda del pianista sull’oceanoNuovo cinema paradiso. Sono dei capolavori in musica che incontrano un altro genere di capolavoro, visivo appunto. E lì succede una magia, avviene l’eccezionale, qualcosa si incendia, si infiamma e ti accorgi della differenza. 

Per chiudere, uno strumento da scoprire/riscoprire, un libro che parla di musica da leggere (romanzo o saggio che sia), un disco da riascoltare e consigliare? 

Se penso a uno strumento da scoprire, o più che altro a un pezzo di attrezzatura, ti direi il PCM 80, che secondo me è molto sottovalutato, come si dice “underrated”, e invece dà grosse soddisfazioni. Come libro, ti dico sicuramente Alta fedeltà di Nick Hornby che è un capolavoro e che ho letto in maniera molto avida. Ultimamente invece ho scoperto con molto piacere La musica sveglia il tempo, un libro di Daniel Barenboim che è un famoso direttore d’orchestra, ed è stato una rivelazione. Andando sui dischi, uno che ascolto sempre con grande meraviglia è Amnesiac dei Radiohead. Mi sorprende ogni volta, sembra fatto ieri con quei suoni pazzeschi, davvero precursore di un’epoca. Per motivi simili, ti direi anche assolutamente Mezzanine dei Massive Attack, un disco che per suono è davvero oltre. 

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