Interviste
Eugenio Finardi: la Facoltà dello Stupore

Ritrovarsi nel proprio home studio insieme al proprio fidato e più giovane collaboratore per produrre un disco nuovo, il ventesimo di inediti a cinquant’anni esatti dal primo Non Gettate Alcun Oggetto Dai Finestrini. Ecco come due anime libere di creare hanno prodotto Tutto, un album speciale da molti punti di vista.
Eugenio, stiamo parlando di un disco la cui gestazione è avvenuta in un modo particolare, giusto?
Sì, perché siamo partiti senza canovaccio, cioè dal classico foglio bianco. Tutto è iniziato quando mi sono trovato a guardare Get Back, un documentario sui Beatles al lavoro [programma televisivo del 2021 diretto da Peter Jackson, NdR]. Si trovavano tutte le mattine alle 11 e scrivevano oppure arrangiavano un pezzo fino alle 7 di sera. Il giorno dopo tornavano con una nuova idea su cui lavorare e così via. Così ho pensato di fare lo stesso con Giovanni “Giuvazza” Maggiore, un musicista completo, chitarrista e produttore con cui collaboro da 14 anni e che considero capace di avere quella visione totale di cui avevo bisogno per il nuovo disco. Per otto mesi ci siamo trovati ogni giorno nel mio studio, abbandonati nella musica.
Negli anni Settanta, anche le case discografiche italiane potevano permettersi di lasciarvi lavorare in studio per settimane senza grossi problemi di budget. Anche il fatto che, per i tuoi problemi di udito, in questo disco non abbiate registrato batterie acustiche vi ha permesso di produrlo senza problemi nel vostro home studio?
A me interessava il discorso “sonico” e secondo me l’unico che è riuscito a lavorare totalmente sul suono utilizzando strumenti acustici è stato Peter Gabriel, ma con mezzi infiniti e con tempo infinito nel miglior studio del mondo, microfonando un sacco di suoni naturali. Noi invece abbiamo registrato questo disco, come si fanno i dischi adesso, cioè “in the box” nel salotto di casa mia. Per quanto riguarda le batterie, nel disco ci sono solo tre batterie vere. Una è il charleston suonato ne “La facoltà dello Stupore”; l’altra usata su “I Venti Della Luna” che riprende una vecchia traccia di batteria suonata da Vinnie Colaiuta su “Costantinopoli”. Infine la batteria di “Tanto Tempo Fa” che è proprio l’intera traccia di batteria di “Trappole”, un’altra mia vecchia canzone.
Nel disco ci sono melodie e arpeggi per nulla banali. Tanto per fare un esempio, il riff sul finale di “Tanto Tempo Fa” con quelle dissonanze che rendono la coda del brano così interessante.
Ah sì. È quel tipo di cosa che noi chiamiamo “l’inquietanza”. Devi sapere che mentre facevamo questo disco, era uscita Suno [IA musicale generativa, NdR]. L’abbiamo provata facendo attenzione a dare i prompt giusti in inglese per fargli fare le cose che volevamo e così l’abbiamo studiata bene per capire cosa riuscisse veramente a fare. Alla fine abbiamo notato che, almeno per ora, non riesce a concepire melodie particolari o tempi dispari che non sia un 3/4, semplicemente perché non fa ancora parte del suo bagaglio di conoscenza. Così ci siamo divertiti a comporre “Futuro” in 7/8, “Bernoulli” in 6/8, e prevedere passaggi armonici che l’intelligenza artificiale, per ora, non è in grado di fare così bene.
E comunque l’intelligenza artificiale l’avete usata per il video di “Futuro”, dove vi siete divertiti a elaborare tue vecchie immagini video.
Be’ è stato un sogno per me vedermi ballare a 72 anni!
Nella scheda di presentazione del disco c’è una tua citazione che recita “I giovani creano il futuro, gli adulti lo subiscono, i vecchi lo sognano”. Pensando al contesto attuale, in realtà sembrerebbe che oggi siano i giovani a subire un futuro creato dai vecchi, anche nella musica.
La tua è una visione possibile, ma in realtà nella mia visione sono i giovani che stanno creando trend e addirittura un nuovo lessico e una nuova semantica. Pensiamo per esempio agli emoji, ciascuno con un proprio significato. Per la prima volta noi vecchi ci troviamo nella stranissima condizione di non essere noi a passare la nostra conoscenza ai giovani, ma sono loro che aggiornano la nostra conoscenza al presente, creando e inventando nuove cose, compresi i nuovi suoni della loro musica. Per loro quello che conta tantissimo è il suono. È incredibile come pezzi apparentemente uguali, facciano riferimento a sottogeneri diversi in relazione ai suoni come, per esempio, il tipo di cassa usata, anche se il beat è sempre quello. Il presente della musica “popolare” internazionale è determinato dall’aspetto sonico e il lavoro fatto su questo nostro disco, soprattutto da”Giuvazza”, ha riguardato proprio questo aspetto.
Benché tu abbia lasciato spazio ad arrangiamenti più moderni e coinvolgenti, la tua voce resta l’elemento centrale. Chiunque decida di arrangiare una tua canzone non può non considerare il “peso” della tua voce, la sua personalità, frutto di una lunga storia artistica alle spalle.
Si, anche se la cosa buffa è che quando un ragazzo abituato alle voci perfette dell’autotune si trova ad ascoltare la vibrazione della mia voce, che con la vecchiaia vibra anche di più, dice invece che sono stonato. Di certo su una voce come la mia l’autotune non potrei proprio usarlo. Non saprebbe come “correggerla”... anche se a me non dispiacerebbe usarlo, l’autotune!
E comunque sempre sul brano che apre il disco, “Futuro”, un effetto di modulazione sulla voce c’è.
Sì, ho usato un vocoder con il software Melodyne. Pensa che all’inizio volevo che sembrasse un coro dell’armata rossa, un po’ alla Battiato, ma poi abbiamo semplificato.
Il Wurlizer che hai usato così tanto nel disco è il tuo personale?
Sì, è fisso nel mio studio e lo uso spesso per comporre. Per esempio ne “La Battaglia” che è forse il mio pezzo preferito, è stato molto bello l’intreccio con l’arpeggio di chitarra di Giovanni, che prosegue su tutto il brano. Mi piace molto usare droni e ripetizioni di note che durano nel tempo... il perdersi nel suono come in una specie di meditazione è una cosa che sto inseguendo molto in questo periodo.
Il disco è denso di contenuti, molto più legati al tuo vissuto personale rispetto ai dischi precedenti. Ma mi ha incuriosito “Onde di Probabilità”, un brano sulla fisica quantistica.
Credo che la musica ci avvicini più di ogni altra cosa non tanto a capire la quantistica, ma come sua metafora perché la musica è fatta di tempo. Non esiste senza il tempo, non può essere immobilizzata e se interrompi la funzione d’onda collassa. In questo, la musica ha di splendido che rende spirituale la matematica. La musica è la mistica della scienza perché le leggi che regolano le stelle e i pianeti sono le stesse che rendono bella la musica. Se pensiamo che per passare da un accordo di Mi maggiore a un Mi minore abbassiamo la terza nota della scala di soli 23 Hz e cambia completamente il mondo emotivo di riferimento. Un accordo è la notte, il mistero, la tristezza, la malinconia la l’altro è il giorno, il sole, la gioia, la lotta. È un mistero straordinario il fatto che spostando meccanicamente una nota di pochi Hz cambiano così tanto le nostre emozioni.
Hai fatto ascolti musicali anche recenti che hanno in qualche modo influito sulla produzione di questo disco?
Peter Gabriel è stato sicuramente importante. Poi tanti consigli da parte mia figlia. Con lei ho scoperto Billy Eilish e molte voci femminili dell’area indi americana.
Quindi tua figlia Francesca ha avuto un ruolo importante.
Be’ il disco è dedicato a lei e ha il valore di un passaggio generazionale... Tra gli ascolti però c’è anche tanta musica classica, Domenico Scarlatti che è il mio autore preferito, ma anche Schönberg. Sulla musica contemporanea, a un certo punto ho cominciato a dipanare anche cose che non avevo mai sopportato prima, grazie al lavoro fatto sia con il mio precedente progetto Euphonia ma soprattutto con Carlo Boccadoro e ascoltando i concerti di Sentieri Selvaggi.
È incredibile perché quando hai registrato Sugo con la Cramps di Gianni Sassi l’ambiente della musica contemporanea, da Cathy Berberian a John Cage, era proprio lì vicino a te.
Certo. Ma la musica di Schönberg richiede un approccio quasi zen che allora non potevo avere.
Concerti dal vivo che consiglieresti?
In questo momento non vado molto ai concerti perché non posso stare molto in piedi, ma anche se sembrerà banale, consiglierei di andare a vedere Lucio Corsi, che io conosco da tempo e posso dire che è un vero poeta, spontaneo ed entusiasta. In più fa parte di una situazione alternativa underground anche molto simile alla mia, che esiste da un po’ e che comunque resiste e combatte.
Parlando invece di strumenti musicali, c’è qualcosa che ti ha entusiasmato recentemente?
Sì, le 55 chitarre d’arte che ho costruito negli ultimi anni e di cui sto cercando di organizzare una mostra...
GIOVANNI “GIUVAZZA” MAGGIORE L’ANIMA SONORA DI TUTTA
Giovanni, raccontaci come si è sviluppata la produzione di Tutto.
Lo spazio in cui abbiamo lavorato è già da tempo uno spazio condiviso dove Eugenio ed io produciamo già i nostri progetti individuali, perciò la prima cosa che abbiamo fatto è stata chiuderci lì a scrivere canzoni insieme, ma come è ovvio fare in quest’epoca, quello che abbozzi in qualche modo lo inizi già a dipingere. Quasi tutti i brani sono nati da momenti di assoluta libertà. In un flusso di coscienza di cose suonate insieme e poi trasformate. “Futuro”, per esempio, era nato con una progressione di accordi in minore su un tempo di 7/4 fino a quando lui non è uscito con la frase “E non credo più neanche negli extraterrestri”. Da lì è nata l’idea di citare il suo vecchio pezzo non solo nel testo ma anche musicalmente, cioè tenendo sempre il tempo in 7/4, ma usando la stessa progressione di accordi maggiori del suo vecchio brano “Extraterrestre” spostati nel tempo, dunque non immediatamente riconoscibili. In pratica, durante le sessioni abbiamo cercato pur in maniera involontaria, di “imbottigliare fulmini”, cioè, qualsiasi cosa ci piacesse, la tenevamo da parte per poi lavorarla. Delle prime demo registrate abbiamo tenuto in produzione le voci di “Bernoulli” e di “Futuro”. Non ci sono stati limiti al low-fi perché oggi il low-fi di fatto non lo è più. Molti pezzi sono nati da esperimenti: “Tanto Tempo Fa” ci ricordava troppo il mood de “La Battaglia” e così abbiamo fatto degli esperimenti per modificarlo. È così che siamo arrivati a inserire la traccia di batteria presa dal vecchio brano “Trappole” innestando il Finardi del 1981 in un Finardi del 2025, accelerando e cambiando la tonalità del brano.
Con che cosa registravate?
Avevamo un computer con una scheda audio, Logic Pro con vari plugin, casse KRK V8 e poi gli strumenti collegati. Come chitarre, non ho usato acustiche, ma una classica da battaglia amplificata che ho usato per esempio su “Bernoulli”, perché mi piaceva proprio il suo suono così com’era. Poi varie elettriche tra cui la mia prima Squier giapponese del ‘93 che era rimasta smontata per 20 anni prima di essere rimontata nel 2021 insieme a Eugenio. In “Tanto Tempo Fa” tutte le chitarre power sono state fatte con la Gibson SG di Eugenio suonate su più ottave per ottenere il classico muro di suono. Ne “La Battaglia”, invece, ho usato una chitarra assemblata da un mio amico di Palermo con pezzi da pochissimi euro. Le linee di basso che nel disco sono state poi risuonate da Paolo Costa, le ho pensate usando sempre una chitarra classica trasformata in basso con l’aiuto di Franco Cristaldi. Per me gli strumenti sono importanti quando mi ispirano le idee e la chitarra classica è stata fondamentale da questo punto di vista. Dalle mie chitarre alla scheda c’era sempre in mezzo una pedaliera con diversi effetti che ritornavano sui brani.



