Interviste

Interviste di Redazione | 01-11-2025

Il Male secondo Appino degli Zen Circus

CONDIVIDI:
Il Male secondo Appino degli Zen Circus

Parto diretto: il disco si chiama Il Male. Scrivere un disco non è come scrivere un romanzo, non è che ti siedi e decidi il tema, il nome dei personaggi e la storia – nella maggior parte dei casi, almeno. Ma quando vi siete resi conto che tutte queste canzoni parlavano del male, e soprattutto: perché proprio questo tema?

Guarda, tre anni fa siamo scesi dal palco a Brescia, ci siamo salutati e ognuno ha iniziato a fare altro. Ma ci eravamo promessi una cosa che pochi gruppi mantengono: vederci in sala prove solo per il gusto di farlo. Così, una volta al mese, ci incontravamo lì, mentre ognuno portava avanti i propri progetti.

Con gli Zen le canzoni nascono spesso da momenti di giramento di coglioni, da una catarsi improvvisa. Ho imparato a riconoscerla e avevo già messo da parte un po’ di brani. Li abbiamo arrangiati in sala prove, alla vecchia maniera, e ogni sessione portava fuori una o due canzoni nuove — mai successo prima.

A un certo punto ci siamo accorti che quasi tutti i pezzi contenevano la parola “male”. Ci siamo detti: “Ma non è che stiamo scrivendo un disco che si chiama Il male?”. È come se si fosse intitolato da solo. Dentro c’erano cose personali — una relazione finita, per esempio — ma anche riflessioni sul mondo: i reel motivazionali, i “cinque modi per essere felici”, le facce da spot anni ’80. Sembrava tutto finto.

Alla fine abbiamo detto “basta, è completo”, e l’ultima canzone l’abbiamo chiamata La fine. Era davvero l’ultima scritta, chiude il cerchio. Dentro c’è tutto il percorso sul “male” e su cosa intendiamo con quella parola. Se poi ci abbiamo capito qualcosa, è un altro discorso… ma forse sì.

Quando si affronta il tema del male e delle sue sfaccettature, viene naturale pensare alla dicotomia tra bene e male, odio e amore. Mi dicevi anche tu che questo disco nasce in parte da una relazione finita male, e in effetti l’amore c’è, se ne parla in più punti, anche in modo piuttosto diretto. Ecco, quello che volevo chiederti: dall’inizio di una carriera a una fase più matura come la vostra, cambia il modo di parlare dell’amore nelle canzoni?

Assolutamente sì. Prima di tutto perché, all’inizio, non volevo proprio farle, le canzoni d’amore. Pensavo si potesse evitarle, quando ero più ragazzino. 

È il sogno delle grandi rockstar, non fare una canzone d’amore…

[Ride, n.d.r.] Beh, certo… Considera che io sono negli Zen da quando avevo quindici anni, ho iniziato prestissimo, e quando ho cominciato a cantare in italiano — cosa che desideravo tantissimo — mi dicevo subito: “No, no, no, canzoni d’amore no, non le voglio cantare”. Poi però mi sono reso conto che in realtà le avevo già scritte. Quindi alla fine ci ho fatto pace, totalmente.

Quando scrivo, non è che mi impunto su un tema: mi viene naturale, e per me è impossibile parlare solo di un sentimento o di un rapporto senza metterci dentro anche il mondo. È una cosa molto tipica degli Zen, e dei miei testi in generale: anche se una canzone parte dal personale, finisce sempre per avere dei connotati collettivi, c’è sempre il mondo intorno, non è mai chiusa nel privato.

Forse l’unica cosa che è cambiata è che adesso ne sono consapevole. Prima lo facevo senza accorgermene, convinto di non scrivere d’amore, e invece oggi mi capita di dire: “Ok, questa è proprio una canzone d’amore, inutile che mi nasconda dietro un dito”. Ma sai com’è, quando sei ragazzino… volevamo cantare in inglese perché la musica italiana ci sembrava una roba vecchia, che ci faceva quasi schifo.

Mi ha fatto riflettere Vecchie troie, dove dici “Siamo le Vecchie Troie della generazione X”. Voi arrivate da una generazione — o comunque da un periodo — in cui il rock era una delle cose più importanti nella cultura di massa. Come ci si sente, oggi, a essere le “Vecchie Troie” della generazione X, le rockstar di un’altra epoca?

Guarda, la questione del rock è complicata. Noi siamo più figli dei Novanta che degli Ottanta, cresciuti con il “peccato capitale” di Kurt Cobain e l’esplosione dell’underground. Già prima, nella nostra città, c’era un centro sociale che portava concerti assurdi: Fugazi, NoMeansNo, tutta quella scena americana incredibile.

Quando ho iniziato a scrivere canzoni che ricordavano quel mondo, e facevamo quel nostro folk-punk — che non era né folk né punk — ci guardavano male. Il rock classico era un mondo chiuso: in Italia erano Litfiba, Vasco, le rockstar. A noi quella roba faceva schifo.

Non ci siamo mai sentiti parte di quel mondo. Per noi contavano gli strumenti, il linguaggio. E infatti non abbiamo mai avuto nulla contro chi fa musica con un laptop o una drum machine: è una cosa molto punk. Se fossimo ragazzini oggi, la cosa più punk sarebbe chiudersi in cantina con un microfono, un computer e quattro amici.

Quello che mi dispiace, e che ci fa sentire vecchie troie della generazione X, sono i metodi. Ai nostri tempi non c’era speranza di campare di musica: il sogno era solo salire su un furgone, fare 120 date e non lavorare in fabbrica.

Oggi i presupposti sono diversi, e lo capisco: non c’è più quel tessuto culturale che ti permetteva di suonare cento date in posti dove nessuno ti conosceva ma i locali erano pieni. Oggi, davvero, non saprei che consiglio dare a un ragazzo che vuole provarci. Perché… dove cazzo va a suonare con la band, oggi?

Appunto, quando è che una generazione smette di essere innovativa e diventa quella che dice “ai miei tempi era meglio”? Ti senti arrivato a quel punto?

Penso, come dici tu, nel momento in cui cominci a dire “ai nostri tempi era meglio”, ciao, è finita. Noi quella roba lì non la diremo mai.

Anche perché, guarda, quando avevo tredici, quattordici anni, suonavo già e impazzivo per la musica. E tutti quelli più grandi, quando facevo sentire Dinosaur Jr., Nirvana, i Pixies, mi dicevano “che è ‘sta merda che ascoltate oggi?”, “non sanno suonare”, “non fanno un assolo decente”, “suona tutto di merda”. Ci snobbavano completamente. Già allora quello che ascoltavamo non andava bene, era considerato spazzatura, capito?

Nel nostro caso, con gli Zen, forse ci siamo salvati proprio perché quel calcio nel culo ci è rimasto addosso fino adesso. E quindi non ci verrebbe mai da dire “eravamo meglio noi”. Mai. Abbiamo solo fatto un disco che torna alle nostre radici, perché sono le nostre radici, non perché vogliamo far tornare il rock o dire che l’autotune fa schifo. Anzi, ben venga la l’autotune!

Certe volte, quando sento quei discorsi tipo “io non voglio fare un disco con l’autotune”, mi viene da dire: ma fallo! Tutto! Vai, sperimenta! Io l’ho fatto in un mio disco: una canzone interamente in autotune, peraltro su una base trap, si chiama Enduro.  E la gente s’è incazzata: “Ti sei piegato al mainstream!”. In realtà era la cosa più anticonvenzionale possibile. Io odio la mia generazione, ma la tengo viva proprio così.

Al netto dell’autotune, cosa non è mai cambiato negli Zen Circus?

Il giramento di coglioni, quello mai. È la nostra energia primaria. Quella rabbia verso noi stessi, verso il tempo che passa, verso la vita che ti dà tutto e poi te lo toglie. È quello che ci tiene vivi e ci fa scrivere ancora.

Quando capisci che è il momento di trasformare le idee in musica, ed è quindi il tempo di suonare, qual è lo strumento che ti immagini di imbracciare?

Beh, ne ho suonati molti di strumenti, penso di averli provati tutti, ma sicuramente la chitarra.

Beh, la domanda però è quale chitarra!

Ah! Che meraviglia… Una Martin DM-1 del 1996. 

Perché?

Perché è ancora oggi la chitarra che suona meglio tra tutte quelle che ho avuto — davvero, la migliore che abbia mai sentito — e l’ho pagata una stronzata. Anche perché, alla fine, il fondo e le fasce sono di laminato, ma era ancora fatta in America. È una chitarra incredibile, e direi che se la gioca alla pari con la mia Ovation.

Io ho un’Ovation Elite che presi a rate, con un casino assurdo — grazie infinite a mio padre, perché senza di lui non ce l’avrei mai fatta. Quella cazzo di chitarra, insieme all’altra, sono le due che tengo come reliquie, le mie “chitarre totem”. Con quelle ho scritto e registrato praticamente tutto.

Le ho spaccate, riparate, ricostruito il top perché una volta ci sono pure cascato sopra… ormai sembrano le chitarre di Willie Nelson.

Pensi sia necessario affezionarsi ad uno strumento, anche al fine di creare il proprio sound?

Assolutamente no, sono un fedifrago totale — un compratore e venditore seriale di chitarre. Ogni volta che me ne arriva una nuova mi cambia il modo di suonare, mi stimola, mi fa scrivere.

Il male, per esempio, è figlio dell’acquisto di una Jazzmaster. Ne avevo una anni fa, poi me l’hanno rubata e l’avevo dimenticata. Un anno e mezzo fa l’ho ricomprata, e da lì è nato il disco.

Non mi lego alle chitarre per sempre, ma per periodi. A volte uno strumento ti regala delle canzoni e poi basta, ti lascia. Ora ho preso una Rickenbacker 330 e sono rovinato.

Il rischio di voler fare subito un nuovo disco è sempre lì, perché ogni chitarra ti cambia il suono. Quindi no, niente relazioni a lungo termine… tranne la Martin, che è la mamma.

Trucchetti per far suonare meglio la Martin?

Le corde Thomastik Infeld Plectrum. Io odio le acustiche troppo squillanti. Voglio il suono corposo, vintage, un po’ Nick Drake. E poi hanno il Sol rivestito, così puoi muoverti sulla tastiera senza fare “schick-schclack”. Costano l’ira di dio e sembrano già vecchie.

Chiudo con questa: ogni disco degli Zen mi sembra una reazione a quello precedente. È vero?

In parte sì. Il male ha la stessa funzione che ebbero Canzoni contro la natura o La terza guerra mondiale: sono i dischi degli Zen che arrivano dopo una pausa e dopo un mio progetto solista, quasi come una reazione a quello che ho appena fatto.

Per anni accumulo idee ed esperimenti, poi ci fermiamo — anche perché dopo tanto tour serve staccare — e io butto fuori i miei dischi, viaggiando e parlando di altre cose.

Dopo un po’, però, mi manca tutto degli Zen: le persone, la band, l’energia. E da lì nascono cose nuove. È sempre stato così: dopo Testamento è arrivato Viva, poi Humanize, e infine Il male, che è l’opposto.

Non so se sia davvero una risposta ai dischi precedenti, dovremmo parlarne insieme. Ma ogni volta che torniamo a fare un disco degli Zen, c’è sempre una voglia enorme. È una necessità, più che una scelta.

Quindi niente “Il Bene” per il prossimo disco?

Il prossimo è tutto in autotune…