Guide all'Acquisto

Guide all'Acquisto di Redazione | 01-06-2025

Entriamo in Negozio: il Batterista Aumentato

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Entriamo in Negozio: il Batterista Aumentato

La figura del batterista nella musica pop si è evoluta nel corso degli ultimi decenni e ha riguardato in particolare il bilanciamento all’interno del setup strumentale tra tamburi acustici e sonorità digitali

Pensiamo agli anni Ottanta, quando la tecnologia digitale ha cambiato la produzione musicale. In quegli anni la batteria acustica sembrava essere sparita dai palchi, sostituita da ritmiche elettroniche generate da drum machine, workstation a tastiera o da percussioni a pad spesso suonate in piedi. Quando negli anni Novanta riprese poi quota il suono elettrico (ma anche acustico con il fenomeno unplugged e con la diffusione della world music) si affermò il setup ibrido, giusto equilibrio tra tamburi e piatti acustici e sonorità digitali. Il batterista stava imparando a gestire contemporaneamente il suo tradizionale drum set e le impostazioni software dell’integrazione digitale. 

È così che, in questo percorso di ibridazione, oggi la figura del batterista sta diventando sempre più quella del regista di palco. Non è più colui che “porta il tempo”, come si usava dire, ma proprio chi del palco se ne prende cura dal punto di vista delle sequenze e del sync tra i diversi media coinvolti in un concerto live.

Questa tendenza, che potremmo definire da “batterista 2.0” o da “batterista aumentato” è supportata da alcune macchine che aiutano il batterista a gestire il tutto con relativa facilità.

GLI STRUMENTI DEL SETUP AUMENTATO

Un batterista dotato di un proprio drumset acustico ben suonante che desiderasse dunque ampliare le possibilità timbriche in un set ibrido, si può affidare a dei trigger per pilotare sample o code elettroniche, gestiti da moduli timbrici esterni. Le code vengono sempre più utilizzate per arricchire il transiente d’attacco del tamburo, il che giustifica ancor di più l’uso del trigger sul tamburo acustico e non l’uso di un pad.

A questo punto ci si può affidare a macchine esterne in grado di gestire sequenze, click, eventi MIDI e routing di segnali, eccetera. Una di queste è il Roland SPD-SX Pro, evoluzione del classico Octapad, che offre anche la possibilità di caricare altri suoni di batteria, insieme a timbri di qualsiasi altra tipologia, da pilotare tramite i pad del Roland o dalla propria batteria, come se fosse un campionatore. Può ovviamente miscelare il suono dei fusti con altri suoni propri o di strumenti MIDI esterni innescati da un semplice colpo di pad, che può essere usato anche come start di un video, di una sequenza, ma anche di un click per tutti i musicisti o solo per alcuni di essi e altro ancora.

Se invece si ha bisogno di gestire sequenze complesse multitraccia senza pilotare suoni aggiuntivi, ci si può rivolgere a un’altra macchina realizzata apposta per questo. Si tratta del B-Beat di M-Live in grado di gestire le sequenze a 360º, sia audio che video, tra backing track, click, countdown o reminder di cosa sta per avvenire nel pezzo (quando non è lo stesso batterista a segnalarlo usando il suo piccolo microfono nascosto). Le due macchine non sono alternative l’una all’altra, tanto che non è raro trovare batteristi che usano contemporaneamente sia l’SPD-SX Pro sia il B.Beat.

Quando si usano queste macchine, o comunque siamo in presenza di drumset ibridi acustico-digitali, diventano necessari alcuni altri accessori.

Partiamo dall’ascolto in-ear. Ci sono due approcci diversi al monitoraggio sul palco. Il primo prevede il classico set di in-ear con body pack che riceve il mix dal fonico di sala o dal fonico di palco. In questo caso si indossano gli in-ear collegati al body pack senza nessuna possibilità di controllo sul mix. Il secondo approccio è quello che ci interessa. Dovendo gestire anche le sequenze, il batterista si occupa del monitor mix, che potrebbe essere differente di pezzo in pezzo non solo per lui ma anche per il resto della band. In questo caso il batterista ha bisogno di un suo piccolo mixer a cui collegare le proprie cuffie per gestire il monitoraggio senza bisogno quindi del body pack. Ma accade anche che sia il suo mixer a inviare al fonico di sala il mix delle sequenze per il PA. Perciò occorre pensare a un piccolo mixer con pochi canali su cui gestire le proprie mandate e a una cuffia in-ear adeguata (anche se oggi qualche batterista preferisce usare sul palco cuffie isolanti come se fosse in studio di registrazione).

Tra i modelli in-ear segnaliamo gli Aonic 215 di Shure che, come rapporto qualità/prezzo, rappresentano il primo step da cui partire per salire eventualmente su altre tipologie di in-ear.

Se non si vuole utilizzare il cavo, una soluzione interessante è il piccolo sistema XVIVE U4, da utilizzare con il mixer di palco del batterista, proprio perché in questo caso non si ha bisogno di avere un cavo lungo da mandare al mixer di sala.

Per quanto riguarda la comunicazione con gli altri musicisti sul palco, nel caso in cui sia il batterista a dare istruzioni, occorre usare un piccolo microfono che non catturi anche il suono della batteria acustica. Si usa solitamente il talk back del mixer (magari aperto e chiuso dall’SPD SX Pro) oppure dei piccoli microfoni dotati di un gate molto ampio da nascondere sotto la maglietta, che rilevi il parlato solo quando ci si avvicina con la bocca.

PER CHI COMINCIA DALLA BATTERIA

Un batterista che si trovasse nelle condizioni di dover partire da zero per allestire un drumset per gestire le sequenze di un live, ci sono dei kit di batteria acustica chiavi in mano molto interessanti. Per esempio un modello della linea Export di Pearl, che con una spesa di circa 1.000 euro offre una batteria ben fatta, provvista di tutto, piatti, meccaniche e pedali compresi, a cui andranno aggiunti solamente sgabello, tappeto e bacchette.

Se si vuole invece passare a una batteria elettronica dal feeling acustico, un’ottima scelta in termini di rapporto qualità/prezzo (sempre intorno ai 1.000/1.100 euro) è la Nux DM-8, che offre anche la possibilità di utilizzare il supporto dell’hi hat tradizionale. Anche questa batteria è provvista di tutto, tranne cuffie, tappeto, sgabello e bacchette. 

Tornando alla batteria acustica tradizionale, ci sono due accessori molto interessanti da prendere in considerazione. Il primo è il kit di pelli mesh dB One di Evans, comprensivo anche di piatti silent. Il kit trasforma la batteria acustica in una batteria silenziosa ma, a differenza delle altre pelli mesh presenti sul mercato, mantengono 1 dB di volume (perciò si chiamano dB One): i tamburi suonano effettivamente una nota rivelando così la propria intonazione e offrendo un’esperienza un po’ più appagante rispetto a una classica sordina o una classica pelle mesh. Sotto la pelle del rullante c’è uno strato vibrante che dà la parvenza di una cordiera che vibra; anche i piatti sono fatti molto bene e la cassa offre la tipica profondità senza essere invasiva. Siamo sui 550-600 euro di spesa complessiva perché... l’innovazione si paga.

Il secondo accessorio molto interessante è invece il kit hardware in alluminio Lightweight Hardware Pack di Yamaha. Leggero come una piuma, ma pressoché indistruttibile, costa 388 euro per l’intero kit costituito da due aste piatto, un asta rullante e un asta charleston, il tutto in un borsa per il trasporto. 

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